Muri e Disegni - Camilla Bertolino - Fred Charap
20229
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Muri e Disegni – Camilla Bertolino

F R E D  C H A R A P

Nasce a New York nel quartiere di Brooklyn nel 1940 da genitori ebrei
russi immigrati in America, compie i suoi studi alla New York
University e alla Yale University specializzandosi in facoltà giuricoamministrative
e in diritto sindacale.
Raggiunge il successo professionale con collaborazioni e consulenze in
campo sindacale. Contemporaneamente sviluppa un grande interesse
per l’arte, è infatti amico di molti artisti contemporanei di cui frequenta
gli atelier e studia approfonditamente la storia dell’arte antica, moderna
e contemporanea.
Negli anni ‘80 con una scelta coraggiosa decide di chiudere la sua
carriera, di cambiare la sua vita e di dedicarsi interamente all’arte: si
iscrive al San Francisco Art Institute dove apprende le tecniche
artistiche e completa i suoi studi.
Nel 1984 compra una casa in Toscana, a Campiglia Marittima dove
tutt’ora vive, lavora e si dedica alla pittura.

Fred Charap fa del muro uno spazio speculativo e filosofico, in esso
traspone il proprio senso della storia, la propria tensione mistica, la
propria ricerca; esso ha dunque il valore di un racconto individuale, in
quanto prodotto di un uomo e del suo operato ma è anche un più
grande e complesso affresco sull’uomo, le sue vicende, la sua storia. In
tutte le epoche sono sorti dei muri che sono stati elementi di
demarcazione e separazione: ogni popolo costruisce i propri e spesso
vi si identifica, esistono muri che circoscrivono o demarcano, isolano o
includono.

I muri sono presenti anche nella storia del popolo ebraico, sono i muri
dell’identità, muri che implicano un riconoscimento, c’è il Muro del
Pianto ma ci sono anche le mura dei ghetti, mura che hanno relegato
gli ebrei. Alcuni muri di Charap evocano griglie di filo spinato, recano
tagli come profondissime ferite. Essi sono dunque espressione della
storia collettiva ma sono anche espressione di valori soggettivi: i muri
sbarrano il passo, pongono l’individuo di fronte all’ostacolo e di fronte
a se stesso. Un muro ci sovrasta, ci rammenta la nostra condizione di
solitudine, osteggia il cammino e impone un superamento o un
passaggio.

Nei muri è insita un’idea di mutevolezza (il passaggio appunto) che
l’artista mette in relazione sia con la storia dell’uomo che con la natura.
Nel tempo il muro cambia: mutano la sua funzione e il suo significato
simbolico, esso si può caricare di valori completamente diversi da
quelli per cui è sorto (pensiamo al muro di Berlino che è oggi divenuto
un esempio di street art, lontanissimo dal simbolo che ha rappresentato
nel passato o alla muraglia cinese che è oggi uno straordinario esempio
di land art). Il muro è una costruzione artificiale che ha una precisa
contestualizzazione ambientale, esso cambia di colore e di aspetto, è
parte di una realtà mutevole e ne reca i segni. I muri sono anche
luoghi di confluenza ed espressione delle diverse culture, sono spazi di
dialogo e confronto tra le diverse storie dei popoli. L’artista racconta
dei muri di tutte le comunità umane e ci parla dei suoi muri, come
autobiografie: alcuni sono quelli delle strade di New York, i muri di
Brooklyn o quelli di San Francisco, altri sono i muri più assolati e
antichi della toscana.

Sin dalle origini l’uomo scrive le prime pagine della
sua storia su muri
e pietre e questa storia è mutevole quindi l’artista interpreta il muro, in
sè definibile come costruzione statica per eccellenza, nella sua
dimensione dinamica, attraverso un’interpretazione storica, semantica,
concettuale.

Occorre dunque partire dalla “costruzione” del muro poiché la sua
genesi, da un punto di vista tecnico ed esecutivo, trova una precisa e
programmatica corrispondenza nel significato espresso. Il muro nasce
dalla sovrapposizione: Charap taglia e incolla strisce di cotone e iuta,
come mattoni sulla tela. Questa tela, lo sfondo appunto, viene
raschiata, scavata, nuovamente coperta; emergono sulla superficie
segni e simboli, colori, fili, graticci di materia intaccata a costruire un
muro recante un complesso sistema di tracce.
L’idea da cui prendono forma i muri è riconducibile al termine
palinsesto, è una pagina manoscritta, un rotolo di pergamena, libro o
tavoletta, è una superficie scritta, cancellata e nuovamente riscritta.
La parola deriva dal greco pa¢lin ya¢w (pálin psáo, lett. “raschio di
nuovo”) e fa riferimento anche ad una lastra di pietra che è stata girata
e incisa su quello che era in precedenza il retro. Anticamente la
carenza di materiale cartaceo e la preziosità della pergamena fanno si
che spesso essa venga riutilizzata più volte attraverso la cancellazione
del testo scritto in precedenza. Con il tempo i labili resti degli scritti
precedenti riaffiorano trasparendo sulla superficie che diventa
stratificazione storica di linguaggi. Come nei palinsesti le scritture
precedenti e le tracce della storia riaffiorano alla superficie, Charap le
recupera, le seleziona, le rende visibili o le nasconde, le interpreta e le
codifica nuovamente entro un sistema complesso di forme, segni e
figure significanti. Sulla tela la stratificazione, la sovrascrittura, la
sovrapposizione di elementi o la loro rimozione attraverso lo scavo, lo
strappo, la graffiatura e il taglio sono parti di un sistema metalinguistico
tradotto in espressione emotiva, concettuale e gestuale. Proprio in tal
senso Charap rielabora l’idea di palinsesto, inteso come documento
dell’eredità storica e cronaca costituita di tracce che attraverso la pittura
riconosce e fa riemergere. Sulle sue tele sovrascrive su segni e termini
stratificati nel tempo.
Il muro di per sè impone un attraversamento che si traduce
metaforicamente nel passaggio tra più linguaggi, la pittura ne
rappresenta l’espressione ultima, la codificazione, esattamente come
avviene per il testo scritto. Charap svela la forte vocazione narrativa e
cronografica dei muri. Le parole si traducono nei segni, nei tagli, nelle
sovrapposizioni, nei colori… a comporre un linguaggio che diventa un
sistema di segni esprimenti significati e idee comunicanti.
Come nei muri anche nei disegni è forte la presenza del simbolo che
qui è immediatamente percepibile perché ricondotto all’iconografia e
quindi volutamente distinguibile. I ritratti monocromi dei Rabbini
vivono dentro spazi in cui i pieni si alternano ai vuoti in una
costruzione di contrasti, luministici e volumetrici. Charap nei suoi
disegni (a differenza delle tele) descrive, non sovrascrive e necessita
dunque di elementi simbolici esplicativi adatti all’espressione di questi
lavori.
I muri ritornano nei disegni, qui il senso della mutevolezza della storia
è reso attraverso le angolazioni storte e le differenti prospettive con cui
essi sono rappresentati, angoli pieni e sghembi, pareti che salgono a
riempire tutti gli spazi e a distorcerli. Come nelle tele anche qui ci sono
omissioni e parti celate, in questo caso da zone nere: finestre, stanze,
spazi irregolari dentro a fitte architetture asimmetriche allusive di uno
spazio mutevole. La sintesi è data dal contrasto delle parti buie che
hanno valore allegorico e di quelle in luce che hanno un valore
simbolico, esse stanno in un rapporto strettissimo come parole di una
stessa frase. Sia nei disegni che nelle tele trascrive la propria indagine
spirituale e il proprio rapporto con la storia come atto ideativo,
progettuale e tecnico; esse non sono limitate ad un momento ma
esperienza che attraverso la ricerca pittorica e la stratificazione può e
deve essere rivissuta.
Fred Charap ascolta i muri raccontargli la storia dell’umanità ed egli a
sua volta parla agli uomini della sua lunga e faticosa ricerca della verità.

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