La sostenibile leggerezza dei muri - Claudio Cosma - Fred Charap
20237
post-template-default,single,single-post,postid-20237,single-format-standard,ajax_fade,page_not_loaded,,select-theme-ver-3.6,wpb-js-composer js-comp-ver-5.1.1,vc_responsive

La sostenibile leggerezza dei muri – Claudio Cosma

Cadeau di Man Ray è uno dei primi oggetti dadaisti
realizzati, un ferro da stiro al quale sono applicati 14 chiodi
che ne modificano la funzione per la quale era stato costruito,
facendolo diventare una opera d’arte.
Con le dovute differenze, l’operazione che ho compiuto
nell’allestire i muri di Charap, è irriverentemente analoga.
La pesantezza dei manufatti artistici nella sembianza di
pesanti e arcaici muri viene ribaltata con la semplice trovata
di staccarli dal suolo, privandoli così della inerzia gravitazionale
loro propria.
Realmente questi muri si espandono in verticale come volessero
costruire delle torri di vedetta, come volessero, babilonicamente,
aspirare all’altezza verso il firmamento.
Chi osserva questi muri non si trova impedito nel suo andare
in avanti, non trova una barriera che impedisca il valicare una
frontiera, di superare un confine, ma trova il suggerimento
di guardare in alto, di dirigere il suo pensiero verso il cielo e
sopratutto verso le stelle che della lontananza amplificano la
prospettiva.
Nessun orizzonte è precluso, se si desidera non cogliere il suggerimento
implicito nelle porzioni di muro che costituiscono le
snelle superfici di Charap, di meditare sulle altezze, si potrà
facilmente aggirarle.
Prima di farlo, però, sarà necessario concentrarsi su queste
superfici, notare come queste siano posizionate sulle linee
architettoniche dello spazio che le ospita, continuandole,
modificandone la spazialità o chiudendole ricavandone spazi
conclusi o ancora edificandone di nuovi. Quadri scultura usati
per edificare nuovi spazi.
Le superfici di questi muri che spesso hanno un fronte ed un
retro, ma non uno spessore, sono trattate come fossero un
conglomerato di materia, partecipe di elementi atmosferici che
ne segnano, con l’aiuto del trascorrere del tempo, le strutture.
Si tratta di apporti, sedimenti, concrezioni che rimandano ai
due diversi tempi che le percorrono: quello della creazione
artistica con i suoi specifici passaggi di trasformazione dovuti
alle tecniche usate, il tempo necessario affinché i colori ad
olio si secchino o si asciughino parzialmente per poter intervenire
con strati successivi che non cedano reciprocamente
parte della loro materia, come le velature dei pittori rinascimentali.
Ed il secondo è il tempo descritto dalla narrazione e dalla
rappresentazione.
Quando il tempo è rispettato i materiali molteplici usati si
uniscono per fare parte di una unica composizione, simile ad
un magna che si solidifichi.
Quando le colle, i cotoni di vario spessore, le iute diverse,
gli spaghi, semplici od annodati, con parvenza di vecchi
rampicanti rappresi i primi e di recinzioni spinate i secondi, si
saranno acclimatati, le vernici ad olio diversamente diluite
avranno assunto la loro consistenza finale, allora dei due
tempi, ne rimarrà uno soltanto, quello dell’opera finita, partecipe
di entrambi.
… “E intanto fugge questo reo
tempo e van con lui le torme
delle cure onde meco egli si
strugge”…
Questi pochi versi di un sonetto del Foscolo riaffiorano dal mio
passato di studente, suggeriti delle opere di Fred Charap,
depositi complessi di memoria e sedimenti della storia sia personale
sia universale.

No Comments

Post a Comment