Il decostruttivismo e l’ottimismo di Fred Charap - Joseph Levi ( Rabbino Capo di Firenze) - Fred Charap
20235
post-template-default,single,single-post,postid-20235,single-format-standard,ajax_fade,page_not_loaded,,select-theme-ver-3.6,wpb-js-composer js-comp-ver-5.1.1,vc_responsive

Il decostruttivismo e l’ottimismo di Fred Charap – Joseph Levi ( Rabbino Capo di Firenze)

Il decostruttivismo di Fred Charap  naviga fra realismo e poesia, fra investigazione della materia alla ricerca di una spiritualità, fra dissoluzione ateista e fiducia e speranza in una significativa divinità, in una decomposizione degli elementi creati dall’uomo o della natura, e una nascosta armonia che miracolosamente tiene insieme in una sottile armonia il tutto, facendo emergere la dimensione poetica ed estetica che unisce la composizione elementi separati, che tendano a dissolversi e l’uno invisibile che gli unisce. Come tutti i decostruttivisti nasconde fra gli elementi della natura che si decompondano il mistero di quel che esiste e c’è, il nulla il buco nero dell’essere che si manifesta e si costruisce attraverso gli elementi sconessi tra di loro, che per un mistero motivo tendano a riunirsi o mantenersi in rapporto per creare comunque unità o strutture di significati e simboli, punti d’appoggio costruiti dalla natura o dall’uomo, sui quali possa appoggiare

Il nostro mondo reale o poetico mentale. In mezzo a queste plutiforme dell’essere che si staccano e si uniscano l’artista poeta fa apparie unità e simboli pieni di contenuto e significato architettonico e spirituale come le lettere dell’alfabeto ebraico, con le quali secondo la letteratura mistica ebraica ed il libro della creazione della tarda antichità, ma anche della kabbalah medievale, fu creato e composto il mondo, l’essere materiale. Al posto dei numeri pitagorici furano le lettere gli strumenti del grande architetto, accanto alle forme geometriche , a permettere al creatore di comporre la nostra realtà fisica , ma anche quella nostra mentale poetica letteraria. Altre forme oltre le lettere ebraiche richiamano alla tradizione ebraica e alla speranza di poter trovare nella decomposizione dell’essere delle unità che ci offrano speranze di unità, armonia e speranza nel creato, come i nomi ebraici della divinità stessa, esposti come elementi anonimi della decomposizione che evocano invece l’idea che gli elementi della decomposizione non nascondono o decompongano il nulla, ma invece lasciano trasparire delle unità di significati nascosti che alludano ad un mondo ricco di significati e di sensi, di speranza e un forte significato dell’essere, come appunto i Nomi della divinità composti dalle lettere ebraiche, una scala o delle scale, che uniscano comunque le parti decomposti, come la scala di Giacobbe    attraverso la quale il patriarcha ebbe la speranza o la pretesa di poter unire il cielo e la terra, dando un senso alla sua storia ed alla storia della sua discendenza , la discendenza di Israele ( Giacobbe), una scala che non è chiara se parte dall’uomo e el sue proiezioni su cella ( o il mondo delle Idee platoniche),  o se fu lanciato dall’alto per  offrire una speranza a Israele-Giacobbe nella sua perigrazione

Dalla terra promessa , unità costruitta e custodita, , piena di significati e presenza divina, verso la terra del perigrinaggio della diaspora, della decostruzione, della sofferenza dell’ emigrazione, terra sconosciuta decomposta e suddivisa in elementi basi senza senso o significato; o la figura stessa del rabbino, o di un ebreo che prega con il sciallo della preghiera ebraico che nasconde una figura, rabbinica, la qual può raffigurare il nulla o la speranza di un significato d’un insieme di valori che riempie il vuoto. Il vuoto costruitoto dal mantello che secondo il linguaggio chassidico può rappresentare anche la profonda umiltà, l’annientamento della propria pesona , per scoprire dietro l’esercizio religioso psico mentale, la plenitudine dell’essere, il divino , l’origine dell’essere che ci guarda e ci crea, ci unisce e ci decompone, per offrirci l’epopea del nostro essere esseri vitali appesi fra speranza e delusione. Tutte le figure, umane o meno che si trovano nei quadri di Charap, sembrano appesi e uniti l’uno l’altro attraverso un filo nascosto. I fili che uniscano le unità degli oggetti materiali, pietre dell’essere o altri, sono uniti attraverso fili che a volte sono come dei fili spinati alludendo ovviamente ai fili spinati della guerra e l’amonisità  creata dagli uomini, e a volte sembrano delle radici creati dalla natura stessa, radici che uniscano le cose alla loro natura radicandoli nella terra, facendo fiorire i legami nascosti dell’essere, che ci uniscano e uniscano lo stesso mondo materiale con i suoi elementi l’uno l’altro. Oltre gli elementi e le influenze prese dalla tradizione ebraica ed il suo linguaggio e visione della storia della creazione ed il rapporto, sottile , fra il creato ed il creatore, fra l’essere materiale ed il suo possibile senso, il nostro pittore è ispirato da altri linguaggi della storia della pittura che a volte sembrano presentare la divinità ed i fili di armonia e d’unione con tecniche e gamma di linguaggi che vanno dall’impressionismo all pittura spirituale orientale, con forte assonanze poetico, come spieranno gli esperti della storia dell’arte.

Conoscendo l’artista da lungo periodo mi sembra di poter avvisare nelle sue opere, una forte speranza di fede, accanto a una ispirazione dalle fonte religiose bibliche ed ebraiche, non del tutte decomposte e perse nella decomposizione della materia e dell’essere, un ottimismo sull’esistenza che vive a volte anche malgrè lui, un bellissimo viaggio nella ricerca del significato dell’essere.

No Comments

Post a Comment