Lo studio visto da Barbara Kossy
Una meravigliosa prospettiva dello studio di Fred Charap visto dalla fotografa Barbara Kossy
L'esperienza di Fred Charap nel mondo del jazz, nella New York degli anni Sessanta, facendo da “bandboy” per grandi musicisti come Count Basie e la sua banda. Tante notti fino alle ore piccole lavorando nei famosi locali The Jazz Gallery, The Village Vanguard, Birdland, ad ascoltare Thelonius Monk, Miles Davis, Steve Lacey, ed altri.
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I muri sono sia testi leggibili che barriere impenetrabili. I muri vengono costruiti con pezzi di tela a forma di mattoni, ammucchiando su di loro colori, fili, colla, "distruggendoli" con tagli di rasoi, cercando di ripassare e rileggere l'esperienza del cammino del popolo ebraico nella storia.
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Quando i quadri vengono dipinti gli spazi quasi vuoti che vivono al loro interno configurano una perdita culturale. Poi i colori ancora freschi vengono "spitturati" nelle sue forme, raschiandoli a lungo con piccoli coltelli. Quello che rimane è il dissolversi che compone la memoria dell'uomo.
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La storia ha sempre manipolato l'anatomia della città per costruire i ghetti degli emarginati e degli estranei. Qui la prospettiva claustrofobica di muri ed edifici, disegnata con una minima linearità bianco\nero, fa ridurre l'uomo ad ombra e sagoma che rende ancora più facile la sua umiliazione e annientamento.
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